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Gabriele Albanesi e Ferdinando Greco: "Il tumulto del desiderio e la pittura" - Collegio Cairoli e galleria Marco Fraccaro

Caro Gabriele,
improvvisamente sono entrato “in crisi”, ma è crisi? Sembra che i due poli aporetici della creazione e della distruzione si scambiano i ruoli, noi stessi e il nostro lavoro stanno oscillando tra gli opposti.
Guardo al tuo lavoro, mi sembra che contenga lo spavento che viene dal sociale ormai privo di argini. Vedi quello che succede nella striscia di Gaza: distruggono e ammazzano ma lo scopo, apprendiamo da Trump, è per fare la “riviera del medio oriente”
e i campioni della distruzione sono quelli che un tempo erano le vittime del nazismo.
Siamo in crisi, il mondo è in crisi ma la crisi sembra un male-bene... necessario. E ancora c’è tanto da dire oppure niente: piangere e pregare.
Forse siamo contagiati dai sintomi virali del futuro? Intelligenza artificiale, algoritmi ecc. ma noi, i cosiddetti artisti, devono farsi carico del martirio? (Come mi sono sentito dire di recente a proposito del quadro qui riprodotto).
E veniamo al titolo della mostra (“Tumulto del pensiero e la pittura”) che implica questo farsi carico. Se così fosse ho solo un quadro che si avvicina: “Lo skyline del dinosauro estinto e l’approssimarsi nostro”, tutto il resto del lavoro, o quasi tutto,
è disperato rimpianto del bello e del sorgivo.
Ferdinando

Caro Ferdinando,
il “rimpianto del bello” nasce forse in noi fin dagli inizi, quando cominciamo a interessarci di pittura. Credo che faccia parte della natura stessa dell’arte crescere su valori condivisi e, col favore dell’entusiasmo giovanile, entrare a far parte di un eterno dibattito, che un giorno si entusiasma e il giorno dopo si deprime, che accetta valori della tradizione e contemporaneamente li rifiuta.
L’incontro con la quotidianità è sempre dirompente. Per me lo è stato e, come scrivi tu, anch’io vivo in stato di “crisi”, che poi è tensione tra desiderio e realtà, mi scontro con “i segni dei tempi”, le sue contraddizioni, ingiustizie, violenze.
Ci sono momenti, fatti di brevi lampi di entusiasmo generoso,
in cui siamo ancora oggi convinti che la nostra arte debba testimoniare, in qualche modo “farsi carico” del male.
Ho negli occhi lo sguardo lacerato dei troppi bimbi di Gaza che guardano nell’obiettivo di un fotoreporter.
Queste immagini vorrebbero entrare nel quadro, ma la crisi che viviamo fa sembrare il male un bene o un male necessario.
E tuttavia io non dispero. E senza ricorrere a un realismo anacronistico rimane l’imperativo insacrificabile della persona,
Gabriele